Etichetta Ammàno #4

Vino e sessismo in Italia

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Il mondo del vino in Italia è sessista? Molti dicono di no, anche se un'indagine dell'Associazione Nazionale Le Donne del Vino dimostra il contrario. E i piccoli episodi di ogni giorno lo confermano. 

Tutto è cominciato lo scorso fine settimana mentre me ne stavo a casa a scrivere le etichette di Ammàno #4.

Scrivere etichette è un’attività lenta e in qualche modo rilassante: te ne stai seduta in soggiorno, con la musica in sottofondo e i pennarelli in mano. Scrivi sempre le stesse cose: quest’anno, per almeno 1241 volte, tante sono le bottiglie uscite dalla vasca. Sono diciture obbligatorie, che la puntigliosa legge sull’etichettatura dei vini prescrive affinché un’etichetta sia “legale”.

C’è il nome del vino: Ammàno, in alto, scritto con un pennarello nero a punta grossa.
C’è il numero 4, che corrisponde all’annata del vino: Ammàno è un vino da tavola senza denominazione di origine, quindi legalmente non è possibile indicare l’anno di vendemmia (sempre per quella puntigliosa legge di cui sopra). Per risolvere il problema, mi sono convenzionalmente inventata di apporre il numero #1 sull’etichetta della prima annata – era il 2013 – e di continuare così con il 2, il 3 e adesso il 4 per le annate successive.

Poi c‘è la ragione sociale dell’imbottigliatore: indicazione obbligatoria ancorché, per me, molto difficile da scrivere.
Perché mi chiamo Barbera, e la mia azienda si chiama Azienda Agricola Barbera s.s. di Marilena Barbera & C.
Ed è ovvio, dato che è una società semplice di cui sono rappresentante legale e secondo la legge italiana una società semplice deve esplicitamente indicare il nome della persona che ne è responsabile.
Il problema è che Barbera è anche il nome di un vitigno, ed entra a far parte della denominazione di origine di alcuni vini, quindi per poter adempiere alla legge italiana sulle società (da una parte) ed alla legge italiana sull’etichettatura dei vini (dall’altra) devo scrivere il mio nome in caratteri non superiori a 3 millimetri di altezza per 2 di larghezza, ed in ogni caso in dimensioni non superiori ad un quarto di quelle utilizzate per indicare la denominazione del vino. Che, nel caso di Ammàno, è semplicemente vino bianco. Quindi devo stare attenta a scrivere vino bianco grande grande, almeno 1 centimetro e 2, in maniera che possa vergare il mio nome in caratteri da formichina – nome che devo indicare obbligatoriamente, in ogni caso.

Ci sono altre indicazioni obbligatorie, come ad esempio il luogo di produzione (Menfi), il contenuto in alcol e la capacità della bottiglia, poi c’è che devi scrivere Italia due volte, sennò non lo puoi esportare. Quindi ci sono i solfiti e il lotto di produzione.

Infine c’è la famosa dicitura “imbottigliato da”.

“Imbottigliato da” è un termine obbligatorio, ed indica per l’appunto l’imbottigliatore.
E se sei non solo l’imbottigliatore di quel vino, ma anche chi ha prodotto l’uva? Cioè, se non sei un industriale che acquista vino prodotto da altri, lo assembla e poi lo mette in bottiglia ma sei soprattutto la vignaiola che produce l’uva, la raccoglie, la vinifica, affina il vino, se ne prende cura per mesi – a volte per anni, e poi dopo anni di lavoro lo mette in bottiglia, come fai a distinguerti dal tuo “collega” industriale?
Semplice: ci sono delle diciture apposite, solo che molte di queste non le puoi utilizzare se il tuo vino non è DOC. L’unica dicitura che puoi utilizzare nel caso di un semplice vino da tavola è “Imbottigliato dal viticoltore”.

Allora.
Me ne stavo al tavolo del mio soggiorno a scrivere “Imbottigliato dal viticoltore”, e più scrivevo più mi sembrava strano pensare a me stessa al maschile. E allora, fra la settantaquattresima e la settantacinquesima etichetta, ho deciso che avrei dovuto scrivere “viticoltrice”, perché questo sono io: una donna che coltiva la vite per raccoglierne uva da trasformare in vino.

Solo che la legge non lo prevede.
E non prevede nemmeno che le diciture obbligatorie sulle etichette dei vini possano essere “manipolate”. La legge prevede esclusivamente diciture al maschile perché per secoli la società di cui la legge è espressione ha considerato il lavoro fuori casa, per il quale è prevista una tutela o una disciplina, esclusivo appannaggio degli uomini. Fin qui nulla di male, la legge è lo specchio dei tempi in cui viene emanata, quindi può essere cambiata. E secondo me è proprio arrivato il tempo di cambiarla, magari partendo dalla semplice constatazione che in Italia esistono anche viticoltrici oltre che viticoltori, e che non c’è nulla di straordinario in questo.

La cosa straordinaria è che una cosa assolutamente normale, come chiamare i mestieri svolti dalle donne con un termine declinato al femminile, dà molto fastidio. Soprattutto agli uomini.

I commenti al post che ho scritto su FB dopo aver preso questa decisione mi hanno rivelato due cose: intanto, che un termine femminile utilizzato per descrivere il lavoro che faccio “suona male”.

Il mio primo pensiero è stato “suona male perché non ci siamo abituati, anzi non ci siete abituati”.
Poi, riflettendoci, ho pensato che suona male perché in Italia nel 2017 non è ancora accettabile che una donna possa svolgere un lavoro per secoli ritenuto esclusivamente maschile. Suona male che una donna voglia veder riconosciuto il proprio ruolo e il proprio lavoro a parità di condizioni e con pari dignità. Suona male che una donna non voglia limitarsi a fare le foto per la brochure, ad andare alle fiere in tailleur e tacchi alti, e magari ad accogliere gli ospiti in cantina, ma abbia anche la velleità di farlo, il vino. E soprattutto, suona male che pretenda che questo ruolo le venga riconosciuto. Anche dalla legge.

La seconda cosa rivelata dai commenti a quel post è che una cosa per me così normale per molti non lo è affatto.
Mi è stato detto, nell’ordine: 1) che credere ancora alla necessità delle quote rosa sia lunare; 2) che quello che faccio sia mistificare la realtà, suggerendo che esista un conflitto tra generi o una discriminazione esercitata a danno delle donne; 3) che mi dedico a battaglie capziose; 4) che esercito un “boldrinismo” di retroguardia. Ed altre amenità del genere.

Ora, io non ho mai pensato di scendere in piazza con i cartelli a scandire l’utero è mio e me lo gestisco io. Però a pensarci bene sì, credo che esista un atteggiamento maschilista e discriminatorio. Credo che esista una parte della nostra società per la quale denigrare, ridicolizzare, sminuire, ostacolare il lavoro delle donne e negare loro diritti quali parità di accesso, di retribuzione, di carriera non è affatto un problema, ma la regola.

Una parte della nostra società – e una consistente e molto autorevole parte di questo nostro mondo del vino – ritiene che le donne esistano solo in quanto “figlie di” o “mogli di”. Ed è l’unico ruolo che ad esse accetta di riconoscere.

Proprio ieri ho acquistato una copia della Guida ai Migliori 100 vini e vignaioli d’Italia, edita dal Corriere della Sera, scritta da due professionisti della comunicazione del vino, un famoso giornalista e un famoso sommelier.
Ebbene: il premio “La Donna del Vino” è stato assegnato a Elda Felluga con la motivazione che è figlia di uno straordinario vignaiolo. Nessun cenno alle sue capacità, che di certo ci saranno e saranno importanti, nessun cenno al lavoro che sicuramente ha svolto e continua a svolgere nell’azienda della sua famiglia. Nessun cenno alla sua formazione, alle sue scelte personali, alle esperienze professionali, tutte cose che la rendono una grande donna e un’imprenditrice meritevole di riconoscimenti.

Elda Felluga, in quella descrizione, esiste solo ed esclusivamente in quanto figlia di suo padre.
Se non è sessismo questo.

 

Tags: comunicazione del vino, Ammàno, etichettatura, sessismo, Elda Felluga, Associazione Nazionale Le Donne del Vino

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